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La Maddalena. Quando a Spalmatore il prof. Di Fraia trovò un teschio, una mandibola e altro

(di Claudio Ronchi) – Nelle 3 puntate pubblicate in questa rubrica, sotto il titolo: “La Maddalena. Quando a Spalmatore furono trovati cinque scheletri”, Gallura Informazione ha ricordato le vicende del ritrovamento del 1965 e concluso, almeno per ora, la vicenda con l’amara notizia che quei resti umani furono seppelliti nel cimitero di La Maddalena e che se ne sono perse le tracce.

In questa puntata parliamo invece di un altro ritrovamento, sempre a Spalmatore, questa volta del 2012, da parte dell’archeologo e docente maddalenino presso l’Università di Pisa, Tomaso Di Fraia, di una scatola cranica, frammenti di mandibola e di diversi denti. Nelle vicinanze furono rinvenuti anche resti di ceramica. A quale epoca sono appartenuti?

“Il teschio in questione – scrisse sul settimanale Il Vento il prof. Di Fraia – con l’autorizzazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici, fu da me portato all’Università di Pisa, dove fu affidato alle cure e allo studio del Prof. Gino Fornaciari, uno dei più esperti paleoantropologi italiani. Si decise poi di sottoporre un campione osseo di tale teschio alla datazione mediante il carbonio radioattivo o C14. Poiché l’università di Pisa non dispone di un laboratorio per tale analisi, normalmente ci si rivolge ad uno dei laboratori italiani più avanzati in questo settore, il Centro di Datazione e Diagnostica (CEDAD) dell’Università del Salento. Per dare maggior risalto a questo tipo di analisi, che altrimenti rimarrebbe confinata nell’ambito accademico, si preferisce di solito coinvolgere il Comune interessato dal ritrovamento, anche perché nei confronti degli Enti pubblici il CEDAD pratica tariffe molto agevolate”.

Fu così che l’archeologo Di Fraia, nel 2015, si rivolse all’Amministrazione Comunale di La Maddalena, luogo del ritrovamento e suo paese natale. Non accadde nulla fino al dicembre del 2018 quando l’ammirazione Montella trovò il modo di finanziare quell’esame decidendo l’invio del reperto all’Università del Salento. Di ciò Gallura Informazione pubblicò nei primi giorni di gennaio.

A distanza di tre mesi, siamo a fine marzo, ci si è domandati se magari fossero arrivati i risultati… È stata interpellata la delegata alla Cultura, Roberta De Marzo, la quale ha dato la notizia che quei reperti ritrovati al professor Di Fraia (in effetti si tratta di alcuni frammenti ossei), si trovano ancora a La Maddalena, custoditi in cassaforte. Il motivo? Dalla Sovrintendenza di Sassari, appresa la notizia della volontà di inviarli per l’esame all’università del Salento, c’è stato un alt all’operazione, rivendicando, sulla materia, la propria competenza. Dalla Sovrintendenza hanno fatto sapere che sarebbero venuti a La Maddalena per ritirare tali reperti, cosa peraltro, ha informato sempre la De Marzo, ancora non è stata fatta.

L’unica cosa positiva di questa storia è che, rispetto a quella di cinque scheletri di Spalmatore, dei quali si è ormai purtroppo persa traccia, almeno in questo caso si sa dove si trovano: all’Università di Pisa e in cassaforte a La Maddalena.

Pubblicato da il 29 marzo 2019. Archiviato in Attualità,News,Storia. Segui tutte le risposte a questo articolo tramite il link a RSS 2.0.