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Caprera. Garibaldi: “Voglio essere bruciato”

Caprera. Garibaldi: “Voglio essere bruciato”.

Garibaldi dopo la sua morte fu prima imbalsamato e poi seppellito. L’imbalsamatura è stato l’esatto contrario di ciò che lui voleva per sé post mortem. E lo aveva scritto più volte. A cominciare dalla lettera che da Caprera il 26 settembre 1877 inviò al dottor Giambattista Prandina, medico milanese, suo amico: “Sulla strada che da questa casa conduce verso tra¬montana alla marina, alla distanza di circa 300 passi a sinistra vi è una depressione del terreno limitata da un muro. In quel canto si formerà una catasta di legna di due metri, con legna di agaccio, lentisco, mirto e di altra legna aromatica. Sulla catasta si poserà un lettino di ferro e su questo la bara scoperta con dentro gli avanzi adorni della camicia rossa. Un pugno di ceneri saranno conservate in un’urna qualunque e poste nel sepolcro che conserva le ceneri delle mie bambine Rosa ed Anita. Vostro sempre G. Garibaldi”. Come anche nel suo testamento politico: “Dopo la mia morte, raccomando ai miei figli ed ai miei amici di bruciare il mio cadave¬re (credo di avere il diritto di poterne disporre, avendo propugnato tutta la mia vita il di¬ritto dell’uomo), e di raccogliere un po’ delle mie ceneri in una bottiglia di cristallo che collo¬cheranno sotto il ginepro (di Fenicia) favorito, a sinistra della strada che scende al lavatoio”. La stessa cosa scrisse, a Caprera, il 2 luglio 1881, a meno d’un anno dalla sua morte: “1°) Essendo assoluta mia volontà di aver il mio cadavere cremato, io lascio le disposizioni seguenti: 2°) Il mio cadavere sarà cremato al punto da me scelto e marcato con un’asta di ferro portante un ingranaggio alla parte superiore, ove si appoggeranno i piedi del feretro. 3°) La testa del feretro si appoggerà sul muro a tramonta¬na dell’asta. E la testa come i piedi del feretro, saranno assicurati da catenelle di ferro. 4°) Il mio cadavere nel feretro, ossia lettino di ferro, avrà il volto scoperto, e vestito con la camicia rossa.5°) Al sindaco si parteciperà la mia morte quando il mio cadavere sarà incenerito completamente. 6°) Molta legna per il rogo. G. Garibaldi”. Nel suo testamento, redatto due mesi dopo, il 17 settembre del 1881, Garibaldi scrisse ancora: “Avendo, per testamento, determinato la cremazione del mio cadavere, incarico mia moglie dell’eseguimento di tale volontà – con legna di Caprera – e pria di dare avviso a chicchessia della notizia della mia morte. Ove morisse essa prima di essa, io farò lo stesso per essa. Verrà costruita una piccola urna di granito, che racchiuderà le ceneri di lei e le mie. L’urna sarà collocata sul muro dietro il sarcofago delle nostre bambine e sotto l’acacia che lo domina”. Al momento della sua morte, il 2 giugno 1882, tutto doveva essere pronto come lui stesso aveva predisposto. Il luogo individuato, il basamento, gli ‘accessori’ al rito … Le cose, come tutti sappiamo, andarono diversamente. Al termine di un summit tra i ministri Crispi, Zanardelli, i figli Menotti e Ricciotti, il genero Stefano Canzio marito di Teresita, il medico e amico Albanese, Alberto Mario e Domenico Curatolo, fu deciso di non cremare il corpo di Garibaldi ma addirittura di imbalsamarlo. Cremare? In effetti neanche lui voleva esserlo. Desiderava infatti d’essere bruciato. In una lettera all’amico medico Fazzari egli aveva infatti scritto: “Voglio essere bruciato: bruciato e non cremato capite bene. In quei forni che si chiamano Crematoi non ci voglio andare. Voglio esser bruciato come Pompeo, all’aria aperta”. E su questo scrisse anche una poesia: “Se morrò lontano portatemi/a Caprera/e vestitemi di rosso/e sul rogo alto/fatto d’acacie/che ardono come l’ulivo/là non cremato/ma bruciato il mio corpo/con la faccia/rivolta al sole/al soffio aperto dei cieli/Come Pompeo/. Secondo le ricerche di Anna Tola quello mostrato nella foto è il luogo da lui prescelto, dove aveva fatto costruire il basamento di granito che avrebbe dovuto accogliere la pira che per ore ed ore avrebbe dovuto bruciare per carbonizzare prima e consumare poi il suo corpo, fino a ridurlo in cenere. Claudio Ronchi

(2- continua)

Pubblicato da il 6 ottobre 2011. Archiviato in Storia. Segui tutte le risposte a questo articolo tramite il link a RSS 2.0.