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Caprera. Garibaldi: Perché un falso luogo della ‘cremazione’ negata?

Caprera. Garibaldi: Perché un ‘falso’ luogo della ‘cremazione’ negata?

Tra figlie e padri c’è sempre un rapporto particolare ma tra la figlia Clelia e il padre Garibaldi è risaputo che questo rapporto fosse speciale, particolarmente da parte di lei che seguì, curò e fece compagnia all’anziano genitore sino alla fine. Quale cuore di figlia non può non soffrire, anche a distanza di anni, il mancato rispetto di un desiderio del proprio padre? Un desiderio oltretutto, una volontà manifestata più volte, probabilmente a voce anche a lei, o lei presente, oltre che in scritti redatti di suo pugno, letti e riletti dopo la sua morte? Forse per questo motivo l’ultima familiare diretta e depositaria orale della volontà di Garibaldi – che era quella di non marcire con i vermi sotto terra ma di essere cremato, anzi bruciato – ha volto tenere gelosamente nascosto il luogo dove si sarebbero dovute ‘consumare’ le volontà paterne, il luogo ‘sacro’ della sua memoria tradita, il luogo del silenzio, della meditazione, del ricordo, del rispetto. Un luogo intimamente privato, di famiglia, separato, ritagliato e lontano dagli altri, frequentati da ‘orde’ di pellegrini vocianti, riecheggianti di discorsi commemorativi di politici e politicanti, di suoni di tromba e fanfare, e sventolanti di bandiere e stendardi. A meno che, e qui l’ipotesi si fa inquietante, Clelia proprio perché riteneva quel luogo ‘sacro’, potrebbe averlo tenuto strettamente riservato magari per celebravi i riti massonici…

 Chiediamo ad Anna Tola, scrittrice e biografa di Garibaldi, che ha recentemente indicato il luogo ‘vero’ dove l’Eroe aveva chiesto d’essere bruciato (il termine cremazione è usato impropriamente), il motivo per il quale fino ad ora si é ritenuto fosse invece un altro quello prescelto, sotto il famoso pino.

“Effettivamente lungo il vialetto che dal parcheggio conduce alla biglietteria della casa-museo, sulla destra, sino al 1980 vi era un’epigrafe su legno posta davanti ad un pino marittimo che segnalava il luogo dove Garibaldi desiderava essere cremato. Dopo il 1980 il cartello di legno, logorato dal tempo, si è spezzato in due parti, e i custodi Signori Puzzu e Corda lo hanno levato. Dalla Soprintendenza di Sassari era arrivata la promessa che sarebbe stata sostituita con un’ epigrafe in granito ma fortunatamente si sono dimenticati. Meglio così poiché questa storia non ha fondamento scientifico documentale”.

Ma allora, come andarono le cose?

“Un tempo le barche attraccavano nel porticciolo ora chiamato Cala Garibaldi (ormai distrutto dalle tempeste e dalla risacca, solo pochi massi di granito mantengono la memoria), da lì i visitatori salivano lungo il viale, dove è visibile ancora l’antica entrata senza cancello, fino a giungere alla casa dell’Eroe. Questo viale era diviso dagli orti e dall’oliveto, ed il muretto nascondeva agli occhi dei pellegrini il vero luogo destinato alla cremazione, tenuto gelosamente nascosto dalla figlia Clelia sino alla sua morte avvenuta il 2 febbraio 1959, a 92 anni.  Da allora a oggi ci ha pensato la natura a preservarlo dagli sguardi dei curiosi, solo poche persone l’avranno senz’altro visto: chi andava in cerca di funghi ignorando cosa fosse, o chi come me, conoscendo i suoi scritti, era alla ricerca del luogo”.

Perché quel pino marittimo e quel cartello ‘falso’?

“Testimoni oculari narrano nei loro scritti come moltissime persone in visita alla casa di Garibaldi, armati di forbicine furtivamente tagliassero pezzi di stoffa dalle poltrone, dai copriletti, qualsiasi cosa pur di portarsi a casa un suo ricordo; altri visitatori vagavano nei dintorni raccogliendo sassi di granito e strappando rami d’ulivo. Infatti, ancora oggi, in alcune sedi di associazioni di Mutuo Soccorso questi oggetti sono incorniciati ed esposti in ricordo del pellegrinaggio a Caprera. Di conseguenza la moglie, Francesca Armosino, si è trovata nelle condizioni di limitare la zona, per far rispettare la sua vita privata e quella dei figli e proteggere la sacralità del vero luogo m scelto dal marito per la pira omerica, facendo credere così che quel pino, ‘posto a levante’, fosse invece il luogo da lui prescelto, un sito suggestivo, ideale per sacralizzare le solenni cerimonie e raccogliere nell’ampio spazio di terreno sterrato centinaia di visitatori, tenendoli raccolti affinché non di disperdessero nei dintorni. Alla morte della madre, la figlia Clelia, indubbiamente d’accordo con la Marina Militare, allora custode del Compendio Garibaldino, fece predisporre il cartello come dimostrano le foto del 1905 e del 1935. Seguendo la volontà materna, Clelia, continuò ad indicare lo stesso luogo a chi chiedeva di conoscere dove suo padre voleva essere bruciato. Che era invece quest’altro, ripeto, tenuto gelosamente nascosto da Clelia sino alle sua morte”.

Sì, però perché proprio sotto quel pino marittimo?

“Attraverso le foto dell’epoca, in alcune panoramiche è ben visibile la presenza del pino, unico esemplare in tutta la zona circondata da macchia mediterranea: cespugli di cisto, di lentischio, alberelli di euforbia arborescente, di ilatro e corbezzolo. Questo pino, piantato da Garibaldi, tra massi di granito vicino ad una stradina sterrata, era il posto ideale per soddisfare la curiosità del visitatore e tenerli così lontani dalla vita privata di Clelia e dai luoghi sacri a suo padre. Per Clelia questo angolo era comunque un caro ricordo sia per i versi poetici fatti scolpire dall’eroe sul granito e per il pino piantato dallo stesso. Quest’albero è ritratto in una foto dell’epoca, dove in ordine appaiono: Guglielmina moglie del custode, donna Clelia, Clelia Gonella, Capo Impagliazzo, fedele custode di casa Garibaldi a Caprera dal 1934 al 1972 anno della sua morte. Questa foto è stata pubblicata dallo scrittore e giornalista maddalenino Giovanni Presutti in Garibaldi a Caprera, Cagliari Leoni Ed.1982”.

Anna Tola lei ha parlato di fonti documentali, quali sono?

“Fonte di primaria importanza sono gli innumerevoli scritti di Garibaldi raccolti nell’Epistolario dell’Edizione Nazionale a cura dell’Istituto del Risorgimento, i primi 10 volumi, editi nel 1973 al 1977 comprendono le lettere fino al primo semestre del 1866. Per gli anni dal 1886 al 1882 è ancora utile l’Epistolario curato da E. E. Ximenes Milano 1885. Testi accessibili agli addetti agli studi, non di facile divulgazione che si possono consultare in alcune importanti biblioteche”. Claudio Ronchi

(3 – continua)

Pubblicato da il 12 ottobre 2011. Archiviato in Storia. Segui tutte le risposte a questo articolo tramite il link a RSS 2.0.