,

Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

I 250 anni della Parrocchia di S.Maria Maddalena (La Maddalena) 11

Aprile di 250 anni fa (1768)

(di Claudio Ronchi) – A poco più di sei mesi dall’occupazione di La Magdalena, La Caprera e Santo Stefano, un senso di maggiore sicurezza, rispetto al passato, dovette diffondersi tra gli abitanti di queste isole. Isolati fino ad allora, da qui transitavano spesso banditi e ricercati in fuga, “padroni” corsi e genovesi o loro emissari, preti per le decime e pirati islamici. Cos’era accaduto invece da quando, a metà ottobre del 1767, senza opporsi (come avrebbero fatto?) agli occupanti sard-piemontesi, avevano pronunciarono la fatidica frase: Viva chi vince?
Intanto si erano svincolati dai “padroni” corsi, in molti casi proprietari di greggi, mandrie e sementi, essendo stato tagliato il cordone “ombelicale” con l’altra isola al di là delle Bocche. Il Re di Sardegna poi si era mostrato generoso inviando da Tempio quando necessario per superare il duro inverno del 1768, evitando che incorressero in una carestia (come abbiamo visto nella scorsa puntata n. 10). La presenza della flotta poi e dei soldati garantiva dall’incubo delle incursioni islamico-barbaresche. Giusto per capire di cosa stiamo parlando è il caso di citare la richiesta fatta nell’aprile del 1768 al viceré di Cagliari, da parte di alcune famiglie isolane, di interessarsi per il riscatto di tre maddalenini: Simone Giovanni Ornano, Giovanni Marco Ornano (padre e figlio) e Pasquale Millelire. Cos’era loro capitato? Tra anni prima, nel 1765, erano stati catturati dall’equipaggio di una galeotta turca a Santo Stefano, ed ora si trovavano schiavi nel Nord Africa, a Tunisi.
Fin dai primi giorni dell’occupazione, i soldati erano all’opera per i lavori di sistemazione degli alloggi e delle fortificazioni nella zona di Guardia Vecchia. Lavoro duro, anche perché si doveva procedere agli sbancamenti mentre gli stessi materiali di granito venivano utilizzati per la realizzazione delle baracche e dei magazzini. A parte il granito, tutto il resto doveva essere importato, arrivando con le navi. E per il trasporto dalla costa all’entroterra venne impiegata anche una parte di popolazione, soprattutto femminile, e molti bambini che si caricavano di legnami, di altri materiali da costruzioni e vettovagliamenti. Il lavoro svolto venne compensato in moneta (la lira sarda composta da soldi e denari) che, praticamente di colpo, apparve tra queste isole. E al baratto, anche tra gli isolani ben presto si sostituì questa forma di scambio. Era un’economia che nasceva! L’economia moderna.
E il nostro parroco? Don Virgilio Mannu garantiva ormai tutti i sacramenti, e non chiedeva decime perché era stipendiato col soldo militare (riceveva 23 lire di Piemonte al mese e una razione di pane al giorno) e della Diocesi. E questo lo rendeva “popolare” tra i parrocchiani ma non solo tra loro. Note positive partirono nei primi mesi del 1768 alla volta di Cagliari, al Viceré, sul suo operato, da parte del comandante della guarnigione. E questo le girava a Castelsardo-Ampurias, dov’era il vescovo, mons. Pietro Paolo Carta, il quale sarebbe voluto venire a vedere che cosa stesse succedendo da queste parti … nella parrocchia da lui da poco istituita, l’unica durante il suo mandato episcopale.

(11 – continua) Claudio Ronchi

Pubblicato da il 21 aprile 2018. Archiviato in Storia. Segui tutte le risposte a questo articolo tramite il link a RSS 2.0.