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La Maddalena. L’agonia della Pinna Nobilis

(di Claudio Ronchi) – Sempre critica la situazione della pinna nobilis (gnacchera) nelle acque del parco di La Maddalena. Dopo le dichiarazioni rese recentemente dal direttore e biologo marino Yuri Donno, secondo il quale “gli esemplari che io ho monitorato tempo fa non ce l’hanno fatta a sopravvivere. La mortalità è del 90% e forse un po’ di più”, la situazione non è certamente migliorata. La moria di pinne nobilis, forse senza precedenti, prosegue. Donno ha parlato di una drastica riduzione delle colonie di Tamarissi (tra le isole di Razzoli e Santa Maria), del Porto Madonna, a Porto Palma (Caprera), a Spargi, a Poggio Baccà. Nel mare prospiciente l’ex ospedale militare, “sono morte quasi tutte”.

Il nemico finora mortale della pinna nobilis è un protozoo. L’attacca nell’apparato digerente, indebolendola progressivamente e inesorabilmente, portandola alla morte dopo una lunga agonia. Succede ancora di vedere sul fondo del mare alcune valve poste in posizione verticale. Non è detto che siano ancora vive. Quelle malate, se toccate, socchiudono lentamente le valve, cosa che fanno invece rapidamente quando sono sane. Anche se morte per un po’ rimangono verticali, poi s’abbattono, non essendoci più la forza del muscolo del bisso a sorreggerle.

Il fenomeno non si sta verificando solo nel parco nazionale maddalenino; in effetti per la prima volta è stato rilevato in Spagna, poi in Tunisia e poi in Grecia. Le temperature alte del mare peggiorano la situazione. Gli esemplari sopravvissuti, quelli che hanno opposto resistenza naturale al patogeno, più forti degli altri che hanno dovuto soccombere, potrebbero col tempo ripopolare le colonie, sperando ovviamente che nessuno li tocchi, li raccolga stappandoli al fondale. Oppure – dicono al parco – si potrebbe realizzare un reimpianto con pinna nobilis importata, ad esempio dalla Spagna o da altri mari del Mediterraneo.

Una nota storica. Negli ultimi anni la pinna nobilis aveva ripopolato in maniera significativa le acque del parco, grazie alle severe norme di tutela che prevedono pesanti sanzioni a chi le coglie e a una certa sensibilizzazione, una progressiva mentalità di rispetto da parte dei cittadini sebbene non manchino vandali e cafoni.  Come scrive l’Associazione Mineralogica G.Cesaraccio nel libro sulle “Conchiglie dell’Arcipelago di La Maddalena e delle Bocche di Bonifacio”, la Pinna Nobilis, ‘a gnacchera’, “ha rivestito a lungo un ruolo nella magra economia isolana grazie al bisso (chiamato ‘pilu’ o ‘seta d’a gnacchera’), bisso usato per creare originali guanti, cappelli, cravatte, scialli: questa sorta di industria, documentata per tutto l’Ottocento, era conosciuta ed apprezzata, tanto che ancora nel 1913 fu rivolto al sindaco della Maddalena un invito a partecipare alla Mostra Internazionale Marittima di Genova. Ma nel frattempo nessuno più si dedicava a lavorare il bisso e la tradizione scomparve”.

Pubblicato da il 18 settembre 2018. Archiviato in Attualità,Cultura. Segui tutte le risposte a questo articolo tramite il link a RSS 2.0.