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Azienda Garibaldi: un’idea da perseguire (1)

Foto d'InsiemeC’è un’idea che, se perseguita con tenacia e intelligenza, se costruita tassello dopo tassello, potrebbe non solo valorizzare ulteriormente Caprera ma addirittura rappresentare una componente economico-occupazionale che si aggiunga al turismo del mare e del vento come anche a quello storico-culturale che ha come richiamo i 4 (quattro) musei che sull’isola di Garibaldi sono aperti (fatto unico in Italia, ben 4 musei in un’isola di pochi chilometri quadrati!).

È quella del ripristino e del rilancio degli Orti di Garibaldi, alcuni ettari che all’epoca nella quale il nizzardo abitava a Caprera erano coltivati, insieme alle vigne, ai frutteti, agli uliveti, tra il mare e la Casa Bianca.

Se n’è parlato, ancora, non molto tempo fa, a Caprera, nell’ambito dell’iniziativa “G-Orto, Garibaldi Agricoltore”, organizzata dal Parco Nazionale.

Garibaldi dissodò i terreni fino a 60 centimetri di profondità, a colpi di mina

Laura DonatiOrti di Garibaldi: intanto stiamo parlando, come ha ricordato Laura Donati, la brava direttrice del Museo di Caprera e del Memoriale Garibaldi (una che fa il suo lavoro con passione oltre che con competenza), di un monumento nazionale, ricordando che la legge 503 del 1907, tuttora in vigore, recita all’articolo 1, che “La casa di Giuseppe Garibaldi, i terreni da lui coltivati con gli annessi fabbricati da lui costruiti nell’isola di Caprera, che non siano stati espropriati nell’interesse della difesa dello Stato, sono dichiarati in monumento nazionale”.

“I terreni da lui coltivati …” Ciò significa, ha spiegato la direttrice, “che l’attenzione che prestiamo come Soprintendenza alla conservazione e valorizzazione dei cimeli, dei documenti, dei libri appartenuti a Garibaldi, della sua Casa, deve essere prestata anche a ciò che rimane dell’Azienda Agricola, delle emergenze di carattere architettonico come degli elementi residuali delle coltivazioni da lui impiantate.

La Donati ha tra l’altro ricordato come Garibaldi, da agricoltore realizzò il dissodamento del terreno “attraverso l’utilizzo delle mine con le quali riusciva ad arrivare a 60 cm di profondità, rendendo coltivabili delle aree caratterizzate da forti presenze granitiche”.

Claudio Ronchi (1-continua)

Pubblicato da il 13 Ottobre 2014. Archiviato in Cultura,News. Segui tutte le risposte a questo articolo tramite il link a RSS 2.0.