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La Maddalena. L’intervento dell’archeologo Tomaso Di Fraia sull’ipotesi dei pirati a Spalmatore

Tomaso Di Fraia

Caro Direttore,

anzitutto voglio dire che ho molto apprezzato la ripresa, su Gallura Informazione, di alcune problematiche relative alle vicende storiche del nostro arcipelago.

Per quanto concerne l’ipotesi della presenza di pirati o altri navigatori nella baia di Spalmatore durante il medioevo o l’età moderna, vorrei proporre alcune considerazioni dal punto di vista archeologico. Secondo la corretta metodologia archeologica, la prima domanda che ci si deve porre è se la situazione segnalata è il risultato di fenomeni naturali oppure è stata realizzata dall’uomo. Nel secondo scenario, occorre analizzare il manufatto nella sua struttura e anche in relazione a eventuali reperti mobili che possano contribuire a caratterizzarlo e quindi ad inquadrarlo storicamente.

Foto Stefano d’Urso

Per il primo punto, a giudicare dalle foto pubblicate, sembrerebbe di riconoscere una sorta di ampio cordone formato da pietre di dimensioni grandi e medie, che ritengo assai difficile che possa essersi formato naturalmente in una baia riparata come quella di Spalmatore. Tuttavia le pietre non sembrano tagliate né lavorate in alcun modo, come indicano le forme irregolari e molti spigoli arrotondati. Queste caratteristiche mi inducono ad escludere che possa trattarsi di un’opera di banchinamento medioevale o romana, perché se così fosse dovremmo trovare molte pietre squadrate o sagomate, oltre a mattoni e tegole.

Come ho sottolineato in molti miei lavori sulla preistoria dell’arcipelago, costruzioni realizzate  con pietre non lavorate possono inquadrarsi appunto soltanto nella preistoria. Ma di che cosa può trattarsi? La prima cosa che mi viene in mente è uno sbarramento della parte più profonda della baia (se il cordone la taglia completamente, come mi sembra di capire). Per quale scopo? Forse per creare un laghetto di acqua dolce alimentato dal ruscello? Questa ipotesi mi sembra poco verosimile, perché un cordone con questo fine poteva essere molto più facilmente creato un po’ a monte, sull’asciutto. D’altra parte, se lo sbarramento non fosse stato totale, una sorta di diga frangiflutti di tali dimensioni non sembra avere alcun senso in una delle baie più riparate, senza contare che non conosco esempi simili nella preistoria. Potremmo forse pensare a pietrame escavato in età moderna e semplicemente scaricato e accumulato lì con quelle modalità; ma per quale scopo? Qui la discussione è aperta.

Foto Stefano d’Urso

A proposito della foto che mostra resti di contenitori in terracotta rossiccia, la prima impressione è che si tratti di resti di anfore o dolii di età romana, comunissimi in molte cale dell’arcipelago. Tali resti possono essere il risultato di naufragi o più semplicemente dell’abbandono di contenitori interi o già rotti per alleggerire gli scafi. E’ comunque indicativo il fatto che non sembra vi siano tracce di reperti medioevali e ciò rafforza la tesi, da me condivisa, che durante il Medioevo siano stati pochissimi, e forse di breve durata, gli insediamenti umani nell’arcipelago. Come è noto, si è parlato per lo più di un convento nell’isola di Santa Maria e forse di un altro a La Maddalena, che alcuni hanno proposto di collegare al toponimo Cala Chiesa, avvalendosi in particolare di un’osservazione fatta dal Maggiore De Roquette nel 1767:  A Cala della Chiesa si scoprano vestiggie di un Tempio e d’un vecchio edificio asomigliante ad un magazeno. L’interpretazione di alcuni ruderi come una chiesa e un magazzino lascia piuttosto perplessi, perché  in assenza di elementi informativi su tali edifici (dimensioni, caratteristiche ecc.) essa resta fortemente soggettiva e potrebbe essere stata suggerita dal toponimo stesso. Non disponendo oggi di nessun resto archeologico, non possiamo avanzare nessuna interpretazione alternativa per i ruderi visti da De Roquette e dovremmo presumere che tali ruderi siano stati definitivamente distrutti o asportati nelle prime fasi della colonizzazione moderna. D’altronde non possiamo escludere che, già prima di De Roquette, altri visitatori avessero scambiato i resti di qualche costruzione preistorica per una chiesa o tempio e che questa possa essere la spiegazione etimologica della denominazione “Cala Chiesa”.

Ringrazio cordialmente per l’ospitalità.  Tomaso Di Fraia

 

Pubblicato da il 24 Aprile 2019. Archiviato in Attualità,News,Storia. Segui tutte le risposte a questo articolo tramite il link a RSS 2.0.